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Gli occhi fanno quel che possono, niente meno, niente più. ma alle volte non sarebbe anche meglio tapparseli?Ho dovuto attendere che passassaro ancora dei giorni. Le parole dentro scalciavano per uscire già la sera stessa, ma, scriverne, sentivo fosse ancora prematuro e rischioso. Forse non è ancora del tutto maturo il tempo, e non del tutto metabolizzati gli umori, ma credo intercorra un confine sottile, tanto, forse troppo sottile, tra il momento utile e quello ormai inutile di trattare una data questione. Soprattutto se di questione con se stessi si tratta.
Ancora, neanche a dirlo, di un venerdì si parla. Correva l’autostrada, correva l’alba, correvano le immagini e con esse le domande.
Cosa c’era nascosto in quegli sguardi, quegli sguardi che fuggivano gli uni dagli altri? Cosa c’era i quei sorrisi e in quelle risa scambiati con chi ci circondava? Cosa c’era tra quelle note, in quella notte sorde, che un tempo ci legavano e ci suonavano dentro? Io ancora una volta spettatrice di scene già viste. Noi ancora una volta spettatori inermi. Noi neanche sta volta registi, sceneggiatori o attori teatranti di questa farsa. Io ancora una volta preda del nostro vissuto, noi ancora una volta preda di noi stessi, del nostro essere stati una sola cosa più nel male che nel bene.
Sapete, un’autrice che amo molto, in un suo libro scrisse che il funzionamento della memoria somiglia un po' a quello del congelatore e io ritengo che mai metafora sia stata tanto calzante. Avete in mente quando tirare fuori un cibo lasciato a lungo là dentro? All'inizio è rigido come una mattonella, non ha odore, non ha sapore, è coperto da una patina bianca; appena lo mettete sul fuoco, però, piano piano riprende la sua forma, il suo colore, riempie la cucina del suo aroma. Così i ricordi tristi sonnecchiano per tanto tempo in una delle innumerevoli caverne del ricordo, stanno lì anche per anni, per decenni, per tutta una vita. Poi, un bel giorno, tornano in superficie, il dolore che li aveva accompagnati è di nuovo presente, intenso e pungente come lo era quel giorno di tanti anni fa. Da quel giorno sono passati due anni ma il tempo invece che esser trascorso quella notte sembrava essere tornato indietro. Gli istanti sembravano susseguirsi gli uni agli altri identicamente uguali. E dire che pensavo di esserne uscita assolutamente vincitrice, se pur con qualche osso rotto, ma trionfante da ogni battaglia, anche da quelle combattute contro la mia stessa ombra. E ne ero talmente convinta da non essermi accorta che la guerra la stavamo ancora combattendo. Una guerra fredda, che ci trincerava dentro i nostri stessi silenzi e continuava a logorarci e a condizionarci nonostante non ne fossimo o non ne volessimo essere del tutto consapevoli.
C’era forse voglia di leggersi dentro, di chiedersi asilo l’una nell’anima altrui ancora una volta, di domandarsi tregua in quegli sguardi che fuggivano gli uni dagli altri? C’era forse voglia di dimostrarsi indolenti, indifferenti, voglia di non darsi importanza e di tenersi a distanza, in quei sorrisi e in quelle risa scambiati con chi ci circondava? C’era forse la voglia di raggiungersi e non solo con gli sguardi, e di stringersi ancora una volta in quelle note adesso sorde che un tempo ci legavano e ci suonavano dentro?
In me c’era sicuramente voglia di tornare ancora una volta a quella notte di due anni fa, seppur con la certezza nel cuore che tanto non sarebbe ad oggi comunque cambiato nulla. In me c’era sicuramente quella dannata voglia di illudersi, come quando davanti ad uno film di cui conosco già il finale scalpito e mi arrabbio perché riguardandolo finisce sempre allo stesso modo e invece io vorrei che per una volta i protagonisti facessero una qualunque cosa di diverso così che cambiando lo svolgimento magari possa esserci un finale più lieto. C'era in me ancora, malgrado tutto, quella insana voglia di poter credere che rivivendosi di nuovo, ex novo, non sarebbe mai inesorabilmente arrivato questo maledetto giorno. Questo maledettissimo giorno di glaciazione.
On air: Sliding doors
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